INTRIP | Mozambasket
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1.L'AFRICA CHIAMA

Mi chiamo Davide, ho 27 anni, sono originario di Reggio Emilia, terra di delizie culinarie e buon basket. A chi mi chiede come mai ho scelto di venire in questo continente tanto misterioso rispondo sempre allo stesso modo: “È stata l’Africa a scegliermi, e non viceversa”. Lavorando in pubblicità già da qualche anno, la mia testa è ormai impregnata di slogan, frasi celebri, rime baciate. Prometto di non abusarne. In realtà il vero motivo che mi ha spinto fino al lontano Mozambico è uno e uno soltanto: il lavoro, appunto. Mi considero uno dei tanti giovani (e nel mio caso non certo geniali) cervelli in fuga dall’Italia. Dopo quasi quattro anni di tanta gavetta, discrete soddisfazioni e magri stipendi presso una brillante agenzia della mia città, e al termine di una mediocre stagione sportiva in C1, decido di fuggire dalla monotonia e dagli stili di vita che l’Italia mi stava imponendo. In sella alla mia vecchia BMW raggiungo Lisbona, capitale portoghese, dove Cecilia si trovava per motivi di studio grazie al programma Erasmus. Grazie ad una serie di circostanze fortunate vengo assunto dalla sede locale di una delle principali agenzie mondiali del settore pubblicitario. Non passa nemmeno un anno che un’agenzia africana, la prima del continente nero ad aggiudicarsi il prestigioso Leone d’Oro a Cannes (una sorta di mondiale della pubblicità) mi offre un ottimo contratto. Due settimane dopo il primo contatto telefonico con il mio nuovo capo sono in volo alla volta di Maputo, capitale del Mozambico.

Il ventilatore gira sul soffitto e cerca di alleviare la mia solitudine, rinfrescandomi il corpo e ipnotizzando la vista. Vorrei dormire per poi svegliarmi in una città amica, che mi conosce e mi saluta quando esco per strada, una città che ospita persone che mi vogliono bene. Purtroppo so che non accadrà. Sono arrivato da soli due giorni, mi hanno consegnato chiavi, telefonino, una busta con alcune banconote in valuta locale e mi hanno salutato sotto casa. In quel momento la domanda sorge spontanea: “E adesso?”.
Poi però, un rigurgito di orgoglio e spirito di autoconservazione:
“Però, guarda qua dove sono finito, ho un nuovo universo da scoprire!”

Dopodichè il buio cala. Manca l’acqua, le zanzare infestano la camera da letto, il frigo è vuoto, non c’è nessuno da invitare a bere una birra. E allora ci si butta sul letto con un buon libro e si aspetta il sonno. Speriamo arrivi presto. Mi vedo come in un film, inquadrato mentre osservo fuori dall’oblò del boeing che mi ha sbalzato qui in poche ore. L’immensità e il mistero dell’Africa lo si percepisce sorvolandola in aereo. Noi, abituati a volare tra miriadi di cittadine che sembrano infinite ragnatele illuminate sotto i cieli europei, osserviamo increduli e spaventati l’oscurità sottostante. Osservo ciò che non è altro che uno sconfinato mare nero, fatto di deserti e di giungla.

Un attimo prima di assopirmi penso: “Magari domani cerco un campetto e forse faccio amicizia…”

2.O MULUNGU JOGA MANINGUE

La Escola Tecnica Comercial nasconde un vecchio campetto con tabelloni di legno, retine squarciate da schiacciate furiose, un fondo di cemento scivoloso, incandescente, e i raggi del sole che riflettono tra le linee consumate. Nulla di speciale all’apparenza, nulla di speciale per sei giorni su sette, durante i quali riceve poche visite, perlopiù studenti e balordi al tramonto. Al sabato però questo squallido campetto vede affluire giocatori professionisti della capitale e l’atmosfera prende vita ricreando una brutta copia dell’idea del playground a stelle e strisce. Brutta copia ho detto. Le radio ammaccate e gracchianti che a tutto volume trasmettono solo ed esclusivamente pezzi rap ed hip-hop, collane d’oro palesemente finto luccicano al sole. Chiunque arrivi si presenta con una nuova coreografia per dare un cinque mentre commenti roventi accompagnano il passaggio di qualche studentessa. Bene, è in questo simpatico quadretto abbrustolito dal sole che il sottoscritto si presenta da perfetto sconosciuto, forte del suo pallore, con una tenuta che ricorda più un arbitro di calcio che un cestista. Il look è molto importante a queste latitudini, la gente di città è molto stilosa, o almeno cerca di esserlo. Magari le scarpe ai piedi avranno i buchi, ma sono scarpe da basket, non da tennis. Le maglie che indossano non saranno originali e non sono certo nuove, ma sono quelle di LeBron e Kobe.

Il 3 contro 3 in corso si interrompe e cala il silenzio. Di colpo tutti si fermano. Qualcosa di davvero insolito stà per scuotere la loro routine.
Come in ogni playground che si rispetti, dopo aver atteso almeno due ore prima di mettere piede in campo, ecco finalmente arrivare il mio turno. I miei due compagni occasionali sono senza dubbio i paria del campetto, quelli che nessuno sceglie e tutti deridono. Sono piccoletti, grassottelli e malvestiti. Chi conosce le leggi dei campetti sa come funziona. Le squadre si formano a bordo campo, la regola è chi vince regna, per cui i migliori tendono a formare squadre che garantiscano loro di giocare tante partite. Di conseguenza nessuno vuole giocare con uno sconosciuto, per di più bianco. Così mi siedo sotto il canestro e aspetto.

Cerco di capire come funziona, chi comanda, chi è meglio non far arrabbiare, chi è disposto a corrispondere un sorrriso. In campo un mulatto molto magro che ricorda vagamente Penny Hardaway detta legge unendo spettacolarità, cattiveria e incisività. Applaudo i suoi assist, la mia grande passione! Scopro il suo nome: Serginho. Sarà lui, dopo aver vinto l’ennesima partita, a invitarmi con un cenno a mostrare le mie capacità con la palla a spicchi. Peccato che nessuno voglia unirsi a me. Passano alcuni istanti imbarazzanti. Ma ecco che timidamente, dalle retrovie, compaiono questi due buffi soggetti, disposti a tutto pur di mettere piede in campo, persino a giocare nella stessa squadra del mulungu. Questa parola di origine Bantu indica l’uomo bianco, la si sente pronunciare spesso, il più delle volte viene usata in tono dispregiativo.

La partita ha inizio, si vince a 12. Serginho mi guarda in cagnesco: è da un po’ che non prendo in mano un pallone, il palleggio è incerto, i passaggi poco calibrati, i tiri fuori bersaglio. Allora, da buon playmaker, cerco di mettere i miei due compagni in condizione di tirare da liberi. Niente da fare. Mentre in difesa ce la caviamo, in
attacco non si segna. Passano i minuti, la partita si incattivisce, io mi scaldo per bene e riprendo il feeling con il mio sport. Palleggi rapidi e finte per disorientare l’avversario, penetrazione per attirare su di me due difensori e assist per due punti facili da sotto canestro di un compagno. Serginho è stanco, ha già vinto diverse partite e il sole picchia forte, si innervosisce con i propri compagni, non riesce a penetrare, gli lascio lo spazio per tirare, nei campetti all’aperto è sempre difficile segnare da lontano. Ciò nonostante mi entrano due bombe, e così ci
troviamo con la palla in mano per vincere. Lo schema è il solito: tutti aperti per lasciarmi spazio per l’uno contro uno, se mi chiudono scaricherò per un tiro dalla media distanza. Inizio il mio tanto amato ball-handling (da piccolo il mio idolo in NBA era Isiah Thomas, un vero maestro di questo fondamentale), cambio velocità, batto Serginho e punto dritto al canestro. Il lungo della squadra avversaria si interpone tra me e il ferro. Il mio compagno ha l’intuizione di tagliarmi alle spalle seguendo la mia penetrazione. Io stacco da terra, con il lungo che si prepara per stopparmi, ma la palla sparisce. Con un passaggio no-look servo il mio compagno che insacca facilmente. Abbiamo vinto!

I miei compagni increduli corrono verso di me per darmi un cinque di gratitudine, per la prima volta giocheranno due partite di seguito! Serginho mi guarda, sorride e rivolgendosi al gruppo esclama: “O mulungu joga maningue!” Chiedo il significato della parola “maningue”, vuol dire “molto”. “Il bianco gioca molto bene!” Questo complimento è il lasciapassare per la comunità del playground.

Mi si apre il cuore perchè da oggi sarò un po’ meno solo.

3.PROVINO

Il weekend successivo mi ripresento al campetto dove vengo accolto come un veterano. Serginho mi prende da parte e inzia a farmi domande sul perchè mi trovo a Maputo, quanto tempo penso di fermarmi, se faccio già parte di una squadra. Con un mix di sorpresa e gioia accetto di fare un allenamento con la Conseng, la squadra capitanata da Serginho. Ci accordiamo per martedì sera. Nel frattempo fortunatamente il nuovo lavoro mi appassiona e mi impegna molto, così la solitudine mi attanaglia solo quando scende la sera, nonostante abbia diversi piccoli coinquilini, perlopiù zanzare e scarafaggi.

Finalmente arriva il grande giorno. Ho un paio di Nike reduci dai playground portoghesi che abbinate a pantaloncini e tshirt mi rendono cestisticamente presentabile. Il campo della Conseng è quasi peggio di quello dei fine settimana: prima di tutto non è coperto; inoltre ha molto spazio intorno, per cui i punti di riferimento si limitano ai pericolosissimi sostegni dei canestri in ghisa piantati a 15 cm dalla linea di fondo, ovviamente senza la minima protezione; il fondo è costituito da un asfalto irregolare, sembra una di quelle strade secondarie dimenticate dalle amministrazioni provinciali; vi sono solo due fari ad illuminare il campo, piazzati esattamente dietro a ciascun canestro di modo che quando si tira frontalmente si ha l’impressione di vivere un’esperienza mistica e intravedere il Nirvana; per non parlare dei palloni, che se fossero ricoperti di sapone liquido scivolerebbero meno. Ma tutto ciò non conta, quando varco la linea bianca mi sento a casa: la forza dello sport è anche questa. Vengo presentato al coach che mi ricorda tanto Lou Grosset jr. in “Ufficiale e gentiluomo” con l’unica differenza che invece dello slang americano per esprimere ciò che pensa usa lo changana, il dialetto del Mozambico meridionale. Per fortuna Serginho mi traduce in portoghese quegli strani suoni. Vengo presentato agli altri giocatori che mi osservano manco fossi un elefante fucsia. L’allenamento inizia: treccia a 5, tiro a coppie, 3 contro 3 a onde, le solite cose. Il coach mi mangia con gli occhi, finalmente un base (playmaker in portoghese) che a volte rallenta e fa giocare la squadra, parla, porta blocchi, aiuta in difesa scalando e recuperando. Per chi viene da una buona scuola di basket tutto ciò è scontato ma mi accorgerò presto che in Mozambico rappresenta una vera rarità. E in più posso dare sfogo ai miei istinti da Harlem Globetrotter mettendo in mostra il mio piccolo repertorio di passaggi strambi. Sarà che dopo quasi venti anni di rimproveri, flessioni e docce anticipate ho trovato chi mi apprezza?

Dopo un’ora di allenamento la serietà e l’impegno della squadra diminuiscono bruscamente. Nello spazio adiacente al campo ha fatto la sua comparsa un folto gruppo di ragazze che iniziano a riscaldarsi prima di iniziare il proprio allenamento di pallavolo. I miei nuovi compagni non resistono e, nonostante le urla del coach, un paio di miei passaggi centrano in pieno il naso del pivot, particolarmente rapito dalla palleggiatrice. Da queste parti gli istinti sembrano davvero incontrollabili e la sessualità è vissuta con estrema leggerezza, dagli uomini come dalle donne. La poligamia non è riconosciuta dalla legge ma, di fatto, esiste.
Ho assistito a ganci per strada conclusi con la neonata coppia andarsene felicemente verso una pensione a ore! La prima volta che sentirò parlare delle finali nazionali non sarà per l’emozione di vincere il titolo bensì per trovarsi, per un’intera settimana, al centro dell’attenzione di centinaia di gajas! Il coach ferma l’allenamento, è furioso, sembra davvero un ufficiale dei marines che richiama il proprio plotone. Si scaglia contro un paio di giovani (tutto il mondo è paese), li spintona, li colpisce con un pallone. Alcuni compagni se la ridono di nascosto ma l’ordine viene ristabilito e si può concludere l’allenamento. Un dirigente della squadra mi chiama da parte e mi chiede se voglio firmare il tesseramento. Non so cosa rispondere, l’istinto mi dice di aspettare qualche giorno, voglio capire meglio come funzionano le cose. Il dirigente, che ha l’aria di chi se la passa piuttosto bene, confessa di non poter offrirmi molto, al massimo alcuni mobili per arredare la casa. Resto spiazzato dalla possibilità di ricevere un rimborso anche in questo contesto, in ogni caso prendo tempo e mi congedo. Il campo non è fornito di docce, per cui m’incammino sulla via del ritorno assieme a un gruppo di compagni che ascoltano rapiti i miei racconti sui due anni in cui ho giocato con Kobe Bryant.

4.DESPORTIVO, ARRIVO!

Nei giorni successivi continuo ad allenarmi con la Conseng resistendo agli assalti del dirigente che a ogni seduta mi si presenta davanti sventolandomi in faccia il cartellino da firmare. Parlando con alcuni colleghi che seguono il basket scopro che vi sono squadre ben più competitive e, anche se non ne conosco il livello, vorrei togliermi almeno la curiosità di provare a confrontarmi con i migliori giocatori della città. Una sera, dopo aver raccolto l’invito del mio capo, grande appassionato di basket, gioco un 5 contro 5 a tutto campo con ex-giocatori sulla quarantina. Scoprirò che tra i giocatori di questa partita vi sono diversi dirigenti del Desportivo, gloriosa società sportiva fondata dai portoghesi ai tempi della colonia.
Proprio uno di questi il giorno seguente mi contatta per propormi di fare un allenamento di prova con la prima squadra, a cui manca un play. Ci accordiamo per la sera stessa, non aspettavo altro.

Dalla qualità dell’impianto di gioco mi accorgo subito di essere in una società di prestigio: campo coperto (anche se aperto ai lati), tribune, fondo in parquet, palloni seminuovi, illuminazione più che discreta. Quando metto piede in campo ci sono già diversi giocatori in fase di riscaldamento. Uno di loro, con treccine rasta e bicipiti alla Van Damme, si avvicina sorridendo e si presenta. È Siade, il capitano della squadra, che mi dà il benvenuto. Ancora una volta vengo squadrato con diffidenza e una punta di disprezzo. In fondo la cacciata dei bianchi è avvenuta appena trent’anni fa e, sebbene qui in Mozambico non sia stata particolarmente violenta, gli europei non hanno certo lasciato un buon ricordo. Il coach si presenta, si fa chiamare Pitcho e non sembra un marine, piuttosto un grasso trombettista jazz della New Orleans anni ‘50.

L’allenamento ha inizio. Gioco con molta più disinvoltura rispetto all’Italia, quasi per magia i passaggi dietro la schiena riescono e le finte di palleggio lasciano sul posto i difensori. Mi trovo particolarmente bene con due o tre compagni che si fanno trovare liberi sugli scarichi. Negli ultimi campionati il mio gioco era sempre stato più orientato a servire al meglio i compagni piuttosto che cercare la soluzione personale e qui decido di continuare su questa linea dato che il mio primo obiettivo, che è anche quello più arduo, è di venire accettato dai compagni. E dai cinque che mi arrivano pare proprio che ci stia riuscendo, davvero una bella sensazione che da oggi si ripeterà tutti i giorni alle 18.30 visto che… ho passato il provino!

5.SPOGLIATOIO

Avendo una concezione romantica del basket, ho sempre cercato qualche motivo in più del semplice giocare che mi spingesse ad andare in palestra tutti i santi giorni. In cima a questi motivi si trova senza dubbio il convivio dello spogliatoio, un luogo che per quanto squallido, sporco e maleodorante, racchiude in sé qualcosa di sacro. Anni fa Dino Meneghin, intervistato proprio all’interno dello spogliatoio dell’Olimpia Milano in occasione del suo quarantesimo compleanno, dichiarò che ciò che lo spingeva a continuare nonostante i tanti successi ottenuti e la veneranda età, era proprio il fatto di trovare tra quelle quattro mura piastrellate di bianco un luogo rassicurante dove dimenticare i problemi e ricaricare le batterie. Quale altro luogo angusto riunisce dieci personalità, dieci vite, facendole incontrare, e scontrare, in maniera tanto assidua? E più si scende di categoria e più questo luogo diventa angusto e allo stesso tempo assortito. Avvocati in carriera con la seconda casa in collina e operai del turno di notte, ex-professionisti pluriscudettati e presuntuosi sedicenni con il volto ancora ricoperto di brufoli, padri di famiglia esemplari e gigolò, maniaci delle diete e fumatori incalliti, tutti stipati in una stanza, fianco a fianco a condividere gioie e dolori, voli pindarici e cadute rovinose, vittorie memorabili e cocenti sconfitte.

Anche qui in Mozambico ho ritrovato tutto questo. Ogni giocatore che siede sulla panca e si infila le scarpe ha il proprio umore e i propri problemi, che il più delle volte sono di carattere economico.

Jordão sembra il gemello di Mutombo, ha tre mogli, otto figli, fa il portavalori e arriva sempre distrutto (e in ritardo) ad allenamento per un semplice motivo, vive lontano da Maputo e per mantenere fede all’impegno preso e guadagnare una discreta somma extra è disposto ha prendere due chapas, i minibus locali, e camminare per una decina di chilometri.

Silvio “Paito” Neves, ex-stella del basket mozambicano sulla via del tramonto, è disoccupato e le uniche entrate per sé, per la moglie e i tre figli sono i 40 dollari mensili che riceve dal Desportivo (un sacco di riso da 50 Kg ne costa circa 25 ed è la base alimentare della maggioranza delle famiglie).

Bruno è un tiratore micidiale che lavora in un negozio di sport, alle spalle ha una famiglia tanto facoltosa quanto rigida, che lo ostacola a realizzare il suo sogno: aprire un negozio tutto suo.

Samora ha molto talento in campo ma purtroppo non ha passato il test d’ingresso all’università (ve ne sono appena due in tutto il paese e la popolazione ammonta a 18 milioni di abitanti) e non se ne riparlerà fino all’anno prossimo.

Il pivot titolare, Sergio, lavora in un supermercato di proprietà sudafricana, ha un ottimo stipendio, 500 Dollari mensili, con il quale però deve contribuire al sostentamento dei genitori, ormai troppo anziani per lavorare, e dei fratelli che studiano.

Questi problemi nel nostro paese comporterebbero stress, ansia, insonni… Gli africani hanno invece una capacità incredibile (e ammirevole) di sopportare situazioni insostenibili e fatiche disumane. E io? Per quanto mi riguarda non passa giorno in cui non impari qualcosa su come affronate più serenamente la vita.

6.IL SAGGIO, IL BASSO E IL CATTIVO

Ci apprestiamo ad affrontare la nazionale mozambicana in amichevole. Nel discorso prepartita, l’allenatore ci esorta a dare il massimo e cercare la vittoria nonostante la netta supremazia dell’avversario: “Sapete qual’è l’unico animale che può uccidere l’elefante?” ci chiede mentre ci fasciamo e ci allacciamo le scarpe. Nessuno risponde. D’istinto vorrei rispondere il famoso topolino ma opto per un saggio silenzio. Il coach, constatando con soddisfazione che nessuna conosce la risposta, ci illumina: “La formica”. La mia espressione di sorpresa supera di gran lunga quella dei miei compagni, del resto sono un novellino dell’Africa. Chiedo delucidazioni e scopro che il piccolo insetto entra dalle orecchie e dalla proboscite del grande mammifero e, una volta raggiuntone il cervello, lo fa letteralmente impazzire fino alla morte. Sarà vero? Non importa, non sono un etologo, ma trovo davvero stupenda questa versione tutta africana di Davide contro Golia. È in un ventoso e caldo pomeriggio che va in scena la prima di campionato. La Federazione Mozambicana ha mandato ad arbitrare il fischietto più quotato del paese. Alto si e no un metro e mezzo, conosciuto non a caso come “o baixinho”, è uno di quegli arbitri a cui piace spiegare il perchè delle proprie fischiate, adora essere plateale, forse perchè la tv nazionale mozambicana trasmette in chiaro due partite NBA alla settimana e lui si esalta a vedere i colleghi d’oltreoceano tenere 20000 persone con il fiato sospeso qualche secondo per poi fischiare uno sfondamento. Un noto settimanale sportivo gli ha pure dedicato una pagina in cui egli dichiara di voler partecipare alle prossime olimpiadi. Ebbene quest’uomo, una mezza celebrità (mezza nel vero senso della parola), mi si avvicina con aria losca mentre un compagno si appresta a tirare due liberi in un momento caldo della partita e a bassa voce mi chiede se nel mio prossimo viaggio in Italia posso, data la sua statura minuta, chiuderlo in una valigia e portarlo con me! Uno degli aspetti che più mi ha colpito degli africani è la percezione del tempo, così diversa dalla nostra da risultare davvero incomprensibile. Se un fatto accade di lunedì, il giorno seguente sarà già un ricordo e il mercoledì probabilmente verrà dimenticato. Eccone una piccola dimostrazione. Una sera scendo verso il campo di allenamento schivando tombini scoperchiati e nuvole di polvere sollevate dal vento. Sono stanco e nervoso. Capita. Dopo alcuni minuti di 4 contro 4 un compagno che fatica a tenermi in difesa inizia a picchiare un po’ troppo. Gli dico qualche “parolina” nell’orecchio, lui si infuria e mi sgambetta mentre sono lanciato in contropiede. Mi alzo di scatto, gli scaglio contro il pallone e mi dirigo furente verso di lui. Veniamo alle mani. I compagni ci dividono. Con i nervi a fior di pelle mi siedo in panchina a sbollire. Capita. Quello che però non mi era mai capitato è di ripresentarmi all’allenamento il giorno seguente e non trovare il minimo rancore negli occhi di Samora, il mio compagno. Spesso anche da noi si dice che una volta fuori dal campo i litigi si dimenticano, ma quante volte capita davvero? Difficile, siamo sinceri. Invece mi trovo spiazzato dal comportamento di Samora e degli altri compagni che paiono davvero non aver mai vissuto il brutto episodio del giorno prima. Ci si saluta normalmente, non per riappacificarsi o per esorcizzare la lite, ma proprio perchè, ripeto, è passato un giorno e il ricordo è già sbiadito.

7.LA VITTORIA PIÙ BELLA

Signore e signori, va in scena il derby cittadino: Ferroviario – Desportivo.
Certo siamo lontani anni luce dalle coreografie preparate all’ombra delle due torri ma i nostri tifosi si difendono egregiamente sfoggiando le divise bianconere, i cappellacci da giullari e le trombe ad aria compressa. Tra le mani stringono l’immancabile boccale di birra, la benzina che permette loro di cantare, ma soprattutto ballare, durante tutta la partita. Il Brasile è culturalmente vicino e si sente. Il campo scoperto delle locomotivas, nomignolo affibiato ai giocatori del Ferroviario, è coloratissimo, in fondo in cemento giallo e verde. Il vento caldo scompiglia le splendide acconciature delle ragazze corse ad assistere, il buio è sceso e i riflettori creano l’atmosfera di un torneo estivo italiano. Callie, un gentilissimo amico sudafricano di origine boera, discendente dei primi coloni olandesi che negli anni hanno creato il sistema dell’haparteid, ha raccolto il mio invito e prende posto poco distante dai nostri scatenati ultras nonostante il noto ed innato distacco verso le persone di colore. Si parte. Dobbiamo vincere di almeno 9 punti per ribaltare la sconfitta interna e portarci al comando del Campionato della Città di Maputo. Dopo un inizio tentennante ci svegliamo. Siade e Bruno colpiscono dalla distanza nonostante il vento, Sergio domina sotto le plance, Nelinho carica di falli gli avversari. Sembriamo un orologio, tutto pare funzionare a meraviglia e nel secondo quarto conduciamo la gara fino all’intrevallo. +17! I tifosi mi chiamano a gran voce “white”, “ Steve Nash” o “Novinsky”, i compagni mi sfottono, replico facendogli notare quali buoni intenditori siano i nostri alticci supporters! Callie scatta fotografie, ma quando nella seconda frazione si entra nel vivo con la coda nell’occhio mi accorgo che anche la sua postura molto british cede davanti all’entusiasmo contagioso della curva. Nel terzo quarto i nostri avversari riguadgnano terreno portandosi a -5 grazie ad una zona mista con marcatura a uomo sul sottoscritto. Cerco di spiegare ai miei frettolosi compagni che effettuare almeno un giro di palla prima di tirare sarebbe salutare ma pare proprio che il messaggio non venga recpito. Il coach ha una buona intuizione: mi fa riposare. Come per magia il quintetto recupera tre palloni e chiude altrettanti contropiedi.
Torniamo a +11. Samora perde un paio di palloni e io rientro con un po’ di benzina in più. Nei minuti finali, grazie alle solite penetrazioni, riesco a prendere qualche fallo. La mano trema, il vento soffia forte, così insacco un misero 2 su 6 che per fortuna basta a tenere a distanza gli avversari, i quali non riescono più a trovare la via del canestro. Il sigillo finale lo mette il capitano, Siade, con un “buono più fallo” in contropiede. È il delirio. Il coach salta come un impala impazzito, sugli spalti le ragazze ballano scatenate, gli ultras più invasati invadono il campo e corrono ad abbracciarci. Trasportato da quella mandria di ubriachi impazziti fuori dal campo, ho appena il tempo di buttare un occhio in tribuna alla ricerca del mio amico sudafricano. Un sorriso mi esplode sul viso. Callie, sudato fradicio e tutto rosso in volto, balla abbracciato ai nostri tifosi e dispensa 5 alti a destra e sinistra!

8.FESTA

A pochi giorni dal mio rientro in Italia per una vacanza di un paio di settimane, vengo invitato ad una festa organizzata da Pita, il pivot di riserva della squadra, che oltre ad essere bandiera del Desportivo, e in passato della nazionale, è professore d’informatica all’Università Tecnica. È la prima volta che vengo chiamato ad una festa privata in casa di mozambicani, mi sento onorato e anche un pochino emozionato, non è facile ricevere un invito del genere, un po’ per i trascorsi conflittuali e le barriere culturali tra neri e bianchi, un po’ per il senso di inadeguatezza e di vergogna che i mozambicani provano nel mostrare le loro dimore agli stranieri. Tutta la squadra è invitata, così mi accordo con Nelinho per andare assieme. Temendo di sfigurare arriviamo all’ora indicata da Pita constatando di essere ampiamente in anticipo, ma poco importa. Conosco la moglie del nostro anfitrione, Sonia, una mulatta rotonda dal sorriso abbagliante che ha preparato manicaretti squisiti a base di frango (pollo) e che sprizza allegria da tutti i pori. Dopo avermi mostrato l’appartamento e offerto da bere, Pita mi porge il suo album di foto. Non credo ai miei occhi, ha partecipato a quattro Campionati Africani: aeroporti, albergi, spogliatoi e campi di gioco di mezza Africa, dal Marocco al Sudafrica, dall’Angola all’Egitto. Già sogno le trasferte di coppa a bordo di scalcinati aerei bielica con atterraggi d’emergenza nel mezzo della savana. Lentamente gli ospiti iniziano ad arrivare e mi accorgo di essere una sorta di attrazione, specialmente tra le giocatrici della squadra femminile! Le conversazioni sono incentrate sul basket, si ricordano aneddoti ed episodi divertenti, come quando il tiratore dell’Accademica mi piantò un gomito in bocca stanco dei miei body-check o il play della Costa do Sol mi ripetè nell’orecchio durante tutta la partita che era meglio che tornassi nella mia terra perché la mafia mozambicana era molto più spietata di quella italiana. Purtroppo per me giunge il momento di aprire le danze e tutti si aspettano grandi cose dal sottoscritto che se fosse un tronco di abete sarebbe più mobile e aggraziato. Da questo punto di vista il Mozambico è un paese molto caraibico, i balli di coppia vanno per la maggiore, e con quali movenze poi! Il problema è che non ci sono alternative, tutti si lanciano, nessuno rimane in disparte, che so, a bersi una birra e fare due chiacchere. Se non balli sei sospetto, sei strano e socialmente morto. Nervosamente cerco una via di fuga, c’è una finestra aperta ma purtroppo siamo al secondo piano. Così mio malgrado vengo trascinato al centro della sala e tutti cominciano ad applaudire, le ragazze della squadra femminile si sgomitano sghignazzando, se mi lasciassero in Time Square nudo nell’ora di punta mi vergognerei meno. Le ragazze hanno pietà e tentano di risollevarmi l’autostima sostenendo che non conosco i balli mozambicani e che sicuramente nei balli italiani mi so difendere egregiamente. Annuisco con un sorriso di circostanza ammutolito dall’imbarazzo, tento candidamente di annegare nell’alcol la figuraccia e attendo spossato che qualcuno mi riporti a casa.

9.UN ARRIVO ROCAMBOLESCO

Da oltre dieci mesi non rientravo in Italia e le due settimane passate in Italia mi hanno riportato violentemente alla realtà nella quale sono cresciuto, dalla quale ho deciso in qualche modo di fuggire, constatando con gioia non essere poi tanto male; ma le finali nazionali del campionato mozambicano sono alle porte, così saluto tutti e riparto alla volta di Maputo. Dopo essere sbarcato a Johannesburg entro in contatto con il mio coach, con il quale avevo preso accordi telefonici dall’Italia. Mi conferma che due persone mi stanno aspettando a Nelspruit (ultima città del Sudafrica prima della frontiera mozambicana, a circa 200 km ad ovest di Maputo) per portarmi velocemente alla prima partita delle finali che sarebbe iniziata dopo alcune ore. Dopo aver noleggiato un’automobile, il sottoscritto, la mia compagna Cecilia e un’amica incontrata in aeroporto, ci dirigiamo rapidamente fino alla cittadina sopracitata dove mi incontro con i miei futuri autisti, il senhor Ferreira e la moglie, reduci da un weekend di shopping in Sudafrica. Riconsegnata l’auto noleggiata saliamo a bordo della Jeep dei Ferreira e via, sfrecciamo verso Maputo a tutta velocità. Mi sento come una donna gravida che ha rotto le acque! Il senhor Ferreira guida come un invasato, superando a destra, insultando i camionisti e violentando il clacson. Alla frontiera è la moglie a salire in cattedra. Spintonando i malcapitati riesce a sbrigare la pratica fronterizia in 20 minuti, stabilendo ogni record (di solito si perdono ore). Rimontiamo in macchina di corsa, il senhor Ferreira è accecato dalla fretta di consegnarmi alla squadra, così dopo pochi chilometri succede qualcosa di molto triste, nonché abbastanza frequente in Africa: investiamo due caprette che uno sventurato pastore stava facendo attraversare dietro a una curva. Beh, credete che il senhor Ferreira si sia fermato per scusarsi e/o risarcire il danno? Nemmeno per sogno, non c’era il tempo. Con gli occhi iniettati di sangue lo vedo spingere ancora di più sull’acceleratore fino all’agognato arrivo a Maputo dove una seconda persona, l’autista del pulmino della squadra, ci aspettava nei pressi di un benzinaio alle porte della città. Salutiamo con sentimenti contrastanti il senhor Ferreira e saliamo a bordo del pulmino che in pochi minuti raggiunge il palazzetto dello sport. Ad aspettarmi fuori c’è un dirigente della squadra con la mia maglia numero 13, me la allunga dal finestrino e la indosso velocemente ancora a bordo del mezzo. Mentre mi cambio dice che la squadra sta vincendo ma di soli 9 punti con una squadra decisamente inferiore che per di più sta rimontando: pare ci sia bisogno di me! Scendo dal pulmino, saluto le mie compagne di viaggio che sfiancate optano per il letto ed entro nel palazzetto stordito dal viaggio e dalla quantità di gente sugli spalti. A parte il mio fugace esordio in serie A nel palazzetto di Reggio Emilia non ho mai giocato davanti a più di 500 persone, qui ce ne saranno state almeno 4.000. Come in trance saluto i miei compagni in panchina, tutti mi abbracciano e mi chiedono delle vacanze. Abbraccio il coach che mi manda a scaldare e poco dopo chiede un cambio: è il mio momento! Prima di entrare mi sorride e mi invita a prendere confidenza con l’evento. In effetti è facile rimanere a bocca aperta, e non solo per rifiatare. Man mano che metto a fuoco scorgo telecamere, fotografi, autorità, ballerine. Al mio ingresso non lo avevo notato ma ci sono pure gli ultras, molti più del solito, una cinquantina di ballerini e percussionisti instancabili. Essere l’unico bianco dell’intero campionato calamita la curiosità degli spettatori, i riflettori esaltano crudeli il mio pallore. Fortunatamente, come per magia, la squadra inizia a girare, dopo 8 minuti il coach mi toglie, non ho fatto assolutamente nulla ma tutti mi assicurano che la mia presenza è bastata per ringalluzzire l’ambiente, così chiudiamo a +26. Sotto a chi tocca!

10.STANDING OVATION

Dal punto di vista organizzativo, le finali nazionali mozambicane sono simili a quelle juniores italiane. Le migliori compagini di tutto il paese raggiungono la città che ospiterà la manifestazione e in una settimana si concentrano tutti i match necessari ad eleggere la squadra campione. Questa formula permette alle società delle province più lontane e povere di effettuare un’unica trasferta all’anno. Per molti giocatori si tratta spesso della prima occasione nella vita per vedere la capitale, che raggiungono a bordo di autobus scalcinati dopo un viaggio di giorni lungo strade sterrate, prive di illuminazione e segnaletica, schivando mezzi senza luci e pedoni vaganti nel buio. Le squadre delle province si riconoscono subito. I giocatori sono scurissimi e fieri, sembrano guerrieri gettati nella mischia senza avviso, spaesati ma compatti. Indossano scarpe vecchie e malridotte, non hanno sopramaglia, polsini, scaldamuscoli, eppure non mostrano il minimo timore reverenziale. Penso che sarebbe ancora più emozionante far parte di una squadra del genere. Nei quarti incontriamo il Ferroviario di Beira, la seconda città del paese, che nel primo incontro ha battuto la temibile Accademica. Se ci fosse una formula matematica che spiegasse perché ci sono giorni, e partite, in cui tutto riesce con facilità, si potrebbe provare a capire cosa è accaduto nel giorno della mia piccola consacrazione. Quello che ricordo è che come per magia indovino una serie di passaggi spettacolari: dietro la schiena, dietro la testa, sopra la spalla. Il pubblico apprezza, mi accorgo che non sono abituati a vedere un certo tipo di gioco. Come per magia segno da tre con fallo cadendo all’indietro, subisco diversi sfondamenti, lancio i contropiedi con passaggi a tutto campo calibrati al millimetro. Sento gli applausi e le grida lontani, sono concentratissimo. Come per magia gioco molto meglio delle mie possibilità, con una scioltezza che da tempo avevo dimenticato. Quando a quattro minuti dal termine conduciamo agilmente la partita sento chiamare il mio nome. Il coach ha chiesto il mio cambio, Samora è già sulla sedia. Il quintetto in campo mi si stringe intorno sorridendo, mi abbracciano e mi danno pacche sulla spalla. Corro verso la panchina esausto, il coach mi abbraccia, sorride soddisfatto e prima che io mi sieda, indicando con la mano, mi fa notare una cosa: l’intero palazzetto è in piedi ad applaudirmi. Mentre un brivido scende lungo la schiena applaudo il pubblico che mi ha appena regalato un momento che porterò nel cuore per tutta la vita.

11.FINE DEI GIOCHI

In semifinale, davanti a oltre 5.000 persone e in diretta tv, perdiamo di misura contro il Maxaquene campione in carica. Vinti dall’emozione, sbagliamo un po’ tutti, ormai le altre squadre conoscono il nostro gioco e le difese adeguate ci impediscono di dare il meglio, nelle finali si picchia forte e la paura di infortunarsi da parte mia è codarda e saggia al tempo stesso. Nel paese, che conta 18 milioni di abitanti, sono presenti solo 19 medici ortopedici e la mia visita all’Ospedale Centrale di Maputo durante un presunto attacco malarico di qualche mese prima mi ha fatto alzare l’asticella della prudenza. Inoltre giocare tutti i giorni per una settimana con una temperatura che supera i 40° è davvero massacrante, in particolare per un reduce dalle vacanze in Italia che ha sostituito flessioni e addominali con tortelli e bolliti di carne. A fine partita salutiamo il pubblico, il giro di campo ci conferma l’apprezzamento dei tifosi, abbiamo lottato fino alla fine. Qualcuno grida il mio nome, altri mi fischiano e mi mandano a quel paese, o meglio al mio paese, e non posso non pensare a chi viene discriminato in Italia. Un giornalista di Radio Moçambique corre verso di me, mi ferma prima del mio rientro negli spogliatoi facendomi qualche domanda. Riconosco i meriti dell’avversario e ringrazio tutto il pubblico accorso perché come ho detto mi ha regalato sensazioni indimenticabili. Ed ecco che sotto la doccia sopraggiunge quel vuoto che colpisce un po’ tutti alla fine di un campionato, nonostante spesso ci si arrivi esausti, sia fisicamente che psicologicamente. Guardo i miei compagni: per un anno le nostre vite tanto diverse hanno corso parallele, presto si riallontaneranno inevitabilmente senza che nessuno possa farci nulla. Chissà se riuscirò a rigiocare un campionato africano? Mi piacerebbe molto, o forse vorrei restasse un’esperienza unica, fortissima. Ora che sto per lasciare l’Africa, i sentimenti si alternano e mentre passeggio per le strade affollate, con decine di bimbi che scorrazzano e donne rotonde dagli abiti coloratissimi che vendono di tutto, penso a quanto ero solo e spaventato al mio arrivo. Ad un anno di distanza, dopo le finali, mi capita spesso di essere fermato per strada, i ragazzini mi salutano e i vicini di casa mi interrogano sul mio futuro cestistico. Sognando ad occhi aperti vedo una scuola di basket in un quartiere povero o in un villaggetto sperduto, di sicuro ci sono altre priorità in questo paese ma lo sport aiuterebbe tanti a risollevarsi da situazioni pesantissime. Magari un giorno, con l’aiuto di persone più qualificate, lo si potrebbe fare davvero.